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una notte in un roykan

-Roykan? E adesso dove mi porteranno?
– Allora prenoto?
– Ti avverto che sarà un’esperienza unica. Non aspettarti il classico albergo occidentale con i tutti i confort. Ogni cosa lì è in perfetto stile tradizionale nipponico con le sue regole e usanze da rispettare.
– Sì, lo so, lo avevo letto da qualche parte e la cosa mi aveva incuriosito parecchio, sono ansioso di andarci, dai prenota.
Raggiungiamo l’albergo e già all’ingresso la prima sorpresa. Via le scarpe! Al loro posto delle bellissime ciabatte per camminare nei corridoi. Subito dopo veniamo affiancati da una gentilissima signorina in kimono che ci accompagna nella stanza dove si entra rigorosamente senza ciabatte. La camera è semplice ha pavimento in tatami, porte scorrevoli in legno e carta, al centro spicca un tavolino basso e due strane sedie.

La gentile signorina offre agli amici tè verde e dei dolcetti, da quel momento  sarà la nostra ombra, non riusciremo più a scrollarcela di dosso!
I ragazzi avevano optato per una cena preparata in stile kaiseki. Era stata lei, la mia amica, non nuova a quella cucina, che aveva suggerito al compagno di provarla.
 
– Preparati a spendere qualche soldino in più ma ti assicuro che ne vale veramente la pena.
– Sai che mi piace sperimentare e non vorrei sottrarmi di certo a questa nuova esperienza.
– Guarda cosa ho trovato, sembra una specie di kimono.
– Sì hai ragione, quello è uno yukata, è vero è una specie di kimono che viene offerto agli ospiti per la loro permanenza.
– Dai indossiamoli, ci serviranno ad entrare pienamente nello spirito della serata.
Calatisi così nei personaggi erano pronti ad assaporare le delizie di quella che veniva descritta come la più raffinata espressione della cucina giapponese. La cena servita in camera, prevedeva  la presenza quasi costante della gentile signorina in kimono che con garbo offriva una quantità esagerata  di portate servite in piccole porzioni in piatti estremamente coreografici.

– Che meraviglia,  non ci sono parole per descrivere quanto sono belli. Tutto è curato nei minimi particolari, l’aspetto cromatico poi è unico.

Dai iniziamo ci aspettano tantissime portate.
E, mentre si susseguivano piattini decisamente invitanti, io, confinato nella borsa posta sotto il tavolino, sul tatami, ascoltavo i loro commenti.
– La  zuppa di miso è deliziosa, il sashimi unico,  questo pesce arrostito impagabile…
– Adesso però ci dobbiamo aspettare il piatto forte che certamente non mancherà. La signorina è uscita dalla stanza, sono certa tra poco si presenterà con la tempura.
– Tempura? Cosa sarà mai? Qui non si smette mai di sorprendersi.
Un toc toc ed ecco un nuovo piatto. Il profumino era decisamente invitante e ricordava tanto quello del  “nostro” fritto misto. Poteva forse essere la tempura?
– Guarda come è soffice questa tempura, sembra una nuvola.
– Sì è vero è proprio bellissima a vedersi.
– Ma però dai confessa che assomiglia un pochino anche a quella che faccio io.
Sì diciamo di sì, anche se qui sarà l’ambiente, l’atmosfera, ma perdonami, sembra tutta un’altra cosa.
– Tu sempre lì a criticare.
– Osserva la nostra gentile assistente mentre ci porge le pietanze e la grazia che usa  nel grattugiare  la radice di daikon sulla salsa tentsuyu.
– Allora possiamo iniziare. Questi gamberoni mi ispirano proprio.
– Non dimenticare di intingerli nella salsa, quella è la loro “morte”.
– E’ tutto buonissimo, non solo i gamberi, anche le seppie e le verdure. Trovo le rotelle di cipolla ineguagliabili.
– Ora ne avevo la certezza, la tempura era  solo una sorta di fritto misto di pesce e verdure.
– Dopo questa abbuffata sono satollo, spero che siamo giunti al termine! Il saké sta iniziando a fare il suo effetto. Forse ho esagerato un pochino.
– Adesso ci sarà  un piccolo dessert a base di frutta fresca di stagione, quello non può mai mancare.
Era vero! da lì a poco sul tavolino in ciotole estremamente coreografiche, attorniati da graziosissimi fiori erano comparsi dei piccoli pezzi di frutta.

Terminata la cena, ancora lei, sempre lei: la graziosissima ragazza in kimono. Tornava per pulire il tavolo e portare via i piatti.
– Ho sonno non vedo l’ora di farmi una bella dormitina.
– Sì certamente, ma dove? mi chiedevo. Nella stanza nessun mobile che avesse la minima parvenza di letto.
– Tra poco tornerà per prepararci l’o-futon.
– Futon? Altro termine sconosciuto!
Di lì a poco lei faceva nuovamente il suo ingresso. Con la massima eleganza prelevava da un armadio  una specie di materasso, lo srotolava, lo stendeva a terra e si accomiatava.
– Per te sarà un’esperienza unica, questa notte dormiremo su un vero futon
.
– Buona notte!

  

  

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