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A zonzo per Matsumotu

  • -Leggo che qui nei dintorni, a pochi passi dal castello, c’è una casa da tè. Perché non ci andiamo? Ricordi avrei tanto voluto vederla a Tokio ma non ne avevamo il tempo.
    – Ok andiamoci.
    La scoviamo appena oltre il castello, quasi nascosta agli occhi dei visitatori. Costruita nel 1958 è stata modellata seguendo i dettami di una vera e propria casa de tè samurai. Ci avviciniamo, percorriamo alcuni gradini in pietra che ci conducono ad una specie di capanna in legno. All’ingresso troviamo un lavabo dove gli amici sono invitati a lavarsi mani e bocca prima di entrare nella sala. La porta di entrata è veramente bassa e, date le dimensioni richiede che ci si inchini per potervi passare attraverso. Da quel momento entriamo in un nuovo mondo. Scopriamo che la cerimonia del tè è qualche cosa che va al di là della mera preparazione della bevanda ma rappresenta la pura espressione dell’estetica zen. Il gesto stesso di inchinarsi vuole, in un certo senso, significare il  volersi lasciare alle spalle il materialismo, il caos mondano per addentrarsi in uno spazio fisico ma soprattutto mentale, dominato dalla calma, semplicità e serenità. Tolte le scarpe  i ragazzi si inginocchiano sul tatami. Mi guardo intorno, la sala è piccola, ha finestre schermate da cui entra una luce sommessa, le pareti sono grezze e prive di decorazioni, un unico bellissimo fiore fa capolino da un vaso appeso ad una specie di palo. L’atmosfera che si respira è quella di calma assoluta.
    Dobbiamo cercare di abbandonare ogni attaccamento alle cose materiali, crearci una specie di “vuoto mentale” inteso come consapevolezza del nostro io, dove poter trovare un contatto con la nostra interiorità più profonda.
    – Ma cosa stava dicendo la mia amica: vuoto mentale, consapevolezza del nostro io, interiorità più profonda! Sarà che sono solo un semplice pezzo di stoffa ma, lasciatemelo dire, anche quella volta ho dovuto convenire che voi esseri umani siete veramente molto molto stran
    i
    I tatami erano pochi e di conseguenza anche gli ospiti. Dopo che tutti si furono accomodati, da una porta scorrevole ha fatto il suo ingresso il teishu: colui che doveva preparare il tè. Indossava il tipico abito lungo con l’alta fascia invita: il kimono. In rigoroso silenzio si è inginocchiato con la punta dei piedi rivolta verso l’esterno e, dopo aver posizionato gli utensili atti alla cerimonia, ha indicato ai presenti i nerikiri, strani dolcetti molto belli a vedersi.
    – Sono i tipici dolci a base di farina di fagioli azuki, propri della cerimonia del tè, serviranno per addolcire la bocca e smorzare l’amarezza del tè matcha. Prendine uno sono buonissimi
    – E’ vero sono proprio buon
    i.
    Non avevo dubbi, la forma e le decorazioni erano veramente invitanti, quanto avrei voluto provarne almeno uno.
    – Adesso siamo pronti per assaporare il tè, è delizioso, vedrai che ti piacerà.
    Sul tatami in un angolo, su un trespolo, una grande teiera panciuta sprigionava vapore. Seguivo le mosse. Il tizio dalla barba bianca e dai movimenti pacati, metteva in una ciotola una polvere di un bel verde brillante, vi aggiungeva l’acqua prelevata dalla teiera  mescolava e serviva la bevanda. Ne era uscita una poltiglia verde schiumosa tipo cappuccino che veniva servita ai presenti. Il rito era stranissimo e a me incomprensibile. Soprattutto non  capivo il perché la stessa tazza dovesse essere usata da tutti i presenti. Tante volte mi era capitato di partecipare a tè pomeridiani  in “famiglia” con le amiche, lì era tutto più semplice e non richiedeva quelle complicazioni a cui stavo assistendo.
    – Sarà! Mi ero detto. Magari capirò qualche cosa successivamente quando torneremo nel “nostro mondo” e i ragazzi commenteranno quanto sto vedendo.

    Al termine della cerimonia il teishu, l’uomo dalla barba bianca, si è alzato, si è inchinato con noi e se ne è andato richiudendo dentro di sé la porta scorrevole. Noi in rispettoso silenzio abbiamo lasciato la stanza.
    Ero certo che i commenti non dovessero mancare e così puntualmente:
    – E’ stata un’esperienza bellissima, poi il tè era veramente buono. Ti devo però confessare che ho avuto qualche titubanza prima di portare alla bocca quella strana poltiglia.
    – Ma la cerimonia ti è piaciuta? Per me non è la prima volta
    .
    – Sì certamente, perché non la ripassiamo assieme?
    Allora incominciamo dai nomi dei vari utensili. La tazza è il chawan, il chakin, ricordi, è la piccola pezza bianca di lino che ci hanno dato per pulirne il bordo  prima di consegnarla al teishu che doveva lavarla per passarla al nostro vicino.
    – Ok fin qui ci siamo.
    – Il chasen è quel piccolo frullino di bambù usato per mescolare il tè, il chashaku il cucchiaio d bambù che serve a raccogliere il tè in polvere dal suo contenitore.
    – Sì però non mi è chiaro tutto quel movimento della tazza che deve essere ruotata per ben tre volte nel palmo della mano prima di bere.
    – Te lo spiego subito. E’ per fare in modo che la decorazione interna della tazza si trovi di fronte al viso di chi la sta preparando e quella principale  esterna sia di fronte all’ospite. Visto da noi occidentali potrebbe significare una perdita di tempo, lo riconosco per noi è difficile avvicinarsi alla loro filosofia ma la raffinatezza e l’eleganza del maestro, la sua pacatezza, non ti hanno forse fatto vivere momenti di calma interiore?
    – Sì hai ragione, è una filosofia molto diversa dalla nostra fondata solo sul materialismo, è stato bello estraniarsi dal “tutto”, entrare in un’altra dimensione. Ora però cerchiamo un albergo dove poter dormire questa notte.

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