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Verso Matsumotu

All’uscita dall’albergo troviamo un cordiale signore con gli occhi a mandorla che inchinandosi rispettosamente ci consegna le chiavi dell’auto prenotata la sera precedente.
Apprese le istruzioni, caricati i bagagli, saliamo in macchina. Il ragazzo alla guida, noi due seduti accanto.
– Ma cosa fa! Sta tenendo la sinistra, è forse impazzito? Le macchine ci verranno tute addosso! Ero terrorizzato e, come sempre, quando mi prende la paura chiusi gli occhi temendo il peggio. Non successe nulla! Attimi dopo udii:
– Mi raccomando stai attento, ricorda che qui si guida tenendo la sinistra.
– Quindi non dovevo temere, mi ero tranquillizzato.
– Segui il navigatore, vediamo di non perderci, qui è tutto scritto in giapponese e sebbene lo capisca alcune volte anch’io mi trovo in serie difficoltà.
– Sarà un viaggio impegnativo, da Tokio a Matsumotu dovrebbero essere circa tre orette. Usciamo dal caos della città e troviamo la via verso le montagne, la nostra meta è nelle Alpi settentrionali giapponesi.
Ore di rettilinei, di curve, di sali scendi ed eccoci arrivati.
Siamo nella prefettura di Nagano e qui ha sede uno dei cinque castelli giapponesi giunti fino a noi senza essere mai stato ricostruito. Lo chiamano il
castello del corvo perché il suo aspetto esterno tende a ricordarlo. E’ circondato da uno stagno e sorge all’interno di un piccolo parco. Era il periodo di hanani e la fioritura dei ciliegi rendeva il luogo estremamente suggestivo. Suggestivo è vero ma, lasciatemelo dire anche un pochino inquietante. Quel castello assomigliava tanto a un grosso corvo in agguato, tutto lo ricordava: il colore nero grigio, i tetti che parevano ali.
– Dai fotografiamo Gipsy.
– Spero da lontano e a debita distanza. Pensavo.
Eccomi!

Ci avviciniamo. All’ingresso veniamo gentilmente invitati a pagare il biglietto. Anche qui per entrare servono quegli strani pezzi di carta che tante volte ho visto uscire dalle tasche dei miei amici. Pagato il dovuto entriamo. L’aspetto è quello tipico di una casa giapponese, pavimenti e strutture in legno, armature e armi dell’epoca Sengoku, piccole scale che portano ai piani superiori. Saliamo rigorosamente senza scarpe. La scalinata è stretta, ripida e scivolosa, bisogna prestare molta attenzione per non cadere. Ci dicono che raggiungeremo i 30 metri di altezza, la cosa non mi spaventa affatto. Sono ormai tante le esperienze vissute con i ragazzi. Saliamo e saliamo e alla fine si apre davanti a noi una vista a 360 gradi, veramente da togliere il fiato. Sostiamo alcuni minuti, il panorama è da cartolina. Scandendo ripercorriamo la stessa scala però con una piccola deviazione che ci porta ad una sala con grandi porte scorrevoli rivolte a nord est. Seppi in seguito che quell’uscita permetteva ai proprietari di casa di vedere quasi sempre la luna. Idea romantica e suggestiva perfettamente in linea con le tradizioni di quel popolo. Mi ero detto.
Un’ultima foto e via verso il centro storico.

 

 
  

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