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Una mattina a Tokio

Scesi negli “inferi”, ora si trattava di individuare la linea che ci avrebbe condotto al nostro primo obiettivo: Ginza, il volto elegante di Tokio. Un passante preso al volo, oltre ad indicarci la direzione da seguire, notando la nostra insicurezza,  si offre di accompagnarci e così in poco tempo riusciamo ad orientarci in quel “ginepraio” sotterraneo,ringraziamo contraccambiando l’inchino e ci accomiatiamo. Saliamo sul convoglio e in soli quattordici minuti raggiungiamo la meta. Usciti allo scoperto ci troviamo in un quartiere nuovissimo tra grattacieli stravaganti dai dettagli architettonici unici, molti di questi edifici ospitano boutique di marchi famosi non solo stranieri ma anche italiani.
– Guarda quello è il palazzo di Dior, ha la facciata ricoperta da piccoli fori che creano un effetto sorprendente, quello lì sulla destra in vetro cemento riporta la scritta Hermes, quello laggiù tutto rosa con le finestre tutte diverse è la sede della Mikomoto…sono passati solo pochi anni dalla mia ultima visita e sembra tutto cambiato.
– Sì ho capito che passeresti le ore a “perderti” tra tutte queste meraviglie ma, permettimi io qui non vedo la vera essenza del Giappone, i quartieri eleganti di Milano non sono certo da meno, correggimi se sbaglio. Io vorrei scovare qualche cosa di più vero.  Leggo che nascosto tra i grattacieli si trova il Kabuki-za, il teatro più famoso di Tokio, so che tu già lo conosci ma non ti piacerebbe rivederlo.

Si certo andiamoci.
Nascosto tra imponenti costruzioni modernissime eccolo il teatro, affascinante, conservava ancora tutta l’anima del Giappone.
Percorriamo tutta la sua storia consultando il “sacro testo” mentre varchiamo la soglia quasi in doveroso rispetto.
– E’ qui che tutti i giorni si tengono spettacoli di kabuki, quella forma di teatro tradizionale di cui mi hai parlato tante volte?
– Sì i costumi di scena sono fantastici, sarebbe bello assistere a qualche rappresentazione. Peccato che il tempo è tiranno e se vogliamo vedere tutto non possiamo permettercelo.
E così a malincuore abbiamo lasciato il teatro.
– Adesso andiamo a Yurakucho Yokocho

– Ma dove mi stanno portando?
Il luogo era bellissimo! Eravamo in una zona composta da un dedalo di piccoli vicoli in cui si respirava la vera essenza del Giappone, piccole lanterne rosse dalla luce fioca illuminavano l’ingresso di ristorantini dove era possibile bere e mangiare qualche stuzzichino.
– Guarda li stanno cucinando gli yachitori, perché non ci fermiamo?
– Ma  ancora presto, quindici minuti a piedi e arriviamo a Tsukiji il quartiere del mercato del pesce dove potremmo fermarci a mangiare in qualche localino.
– Sì andiamoci!
Una sgambata veloce ed eccoci arrivati.
Il mercato era impressionante!
La visita al suo interno era, come sempre, prevista dalle nove del mattino in poi al fine di non intralciare il duro lavoro dei tanti addetti alle operazioni. Non ce la siamo sentita di entrare anche perché si diceva che il turista fosse poco gradito. Ci siamo accontentati di dare una sbirciatina e di goderci con tutta calma la parte esterna dove un “popolo” con gli occhi a mandorla vendeva di tutto dalle verdure fresche ai famosi affilatissimi coltelli per sfilettare il pesce. Addentrandoci nei vicoli, guidati dalla “puzza” del pesce ci siamo trovati di fronte ad una infinità di bancarelle che lo esponevano. Erano tantissimi, luccicavano e mi facevano una infinita tristezza. Però era bello passeggiare per quelle stradine, vivere l’atmosfera del momento, udire quello strano idioma scandito ad alta voce, mi pareva di vivere in un altro mondo.
– Qui nelle vicinanze c’è il Sushi Zanmai, ti servono al bancone così puoi vedere l’abilità dei cuochi mentre preparano il pesce.
– Era vero, loro due si erano seduti al bancone e pensate hanno avuto anche l’opportunità di assaggiare un pezzo di pesce freschissimo condito solo con poco sale che il cuoco gentilissimo aveva offerto loro in attesa dei piatti ordinati. Lei forse con quel sorriso e soprattutto sfoderando le sue conoscenze di giapponese lo aveva conquistato.
Ora non rimaneva che visitare il tempio buddista di Hongan-ji. 
Pochi passi dalla zona mercato ed era lì, maestoso, imponente, un vero gioiello di architettura.


– Dai entriamo.
– Non so se è possibile.
– Vedi tutte quelle persone, dai avviciniamoci.
– Bisogna purificarsi per entrare e allora facciamolo.
E in men che non si dica i due temerari entravano nel giardino antistante per la purificazione. Eseguito il rito ebbero libero accesso al tempio dove all’interno alcuni monaci si alternavano davanti ad una statua dorata di un omone corpulento dal viso pacioccone dal nome Budda, cantando nenie infinite. Il silenzio che regnava in quel luogo contrastava nettamente con il frastuono all’esterno nella zona mercato, era bello respirare quell’atmosfera, quel tempio trasmetteva pace. Li avevo sentiti dire che l’esperienza era stata straordinaria
.


 

 

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