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Sushi e wasabi

Preso possesso della camera, loro due si erano subito fiondati alla finestra.
– Vieni da qui la vista è impagabile
!
– Guarda, quello è il monte Fuji, è così vicino che sembra di toccarlo.
Anch’io avrei voluto godermi lo spettacolo ma dalla mia posizione era impossibile farlo.
Si avvicinava l’ora di cena, lo intuivo dai loro discorsi.
– Adesso ci concediamo un riposino, una doccia e poi Tokio by night, alle valigie penseremo domani. 
– Sarei andato con loro? Chissà!

Una cosa però mi stava piacendo, anch’io finalmente vedevo la luce.
Prelevato dalla borsa, tolto dal sacchettino di tulle, ero stato adagiato su un grazioso tavolino.


Stavano uscendo, io sbirciavo dal mio punto di osservazione.
– Dai mettitelo, sulla camicia bianca sarà veramente d’effetto.

Era vero facevamo una gran bella figura.
Un’ultima passata davanti allo specchio, la borsa acchiappata al volo, poco dopo lasciavo la camera.
Il ristorante prescelto era proprio a due passi dall’albergo, il suo nome impossibile da pronunciare, scritto in  quella grafia a bastoncini incrociati spiccava su una insegna luminosa rosso fuoco.
All’interno strane lanterne pendevano dal soffitto e personaggi ancora più strani lo popolavano: donne in abiti lunghi dai disegni particolari, belli nella loro semplicità si inchinarono al nostro arrivo e ci accompagnarono al tavolo. Davanti a noi campeggiava una piccola cucina
a vista dove il sushi veniva preparato direttamente sotto gli occhi dei clienti.
Eravamo in Giappone e quindi come non provare uno dei piatti tipici.
Era uno spettacolo osservare con quali maestria il cuoco con gli occhi a mandorla costruiva quegli strani rotolini multicolori che peraltro per me non erano nemmeno una novità assoluta. Dovete sapere che loro due, ammaliati da quel tipo di cucina, durante l’inverno, si erano anche iscritti ad un corso di sushi tenuto a Milano da un noto chef giapponese; spesse volte mi era così capitato di vederli cimentarsi in quell’arte culinaria ma…lasciatemelo dire, lì era tutta un’altra cosa!
Terminata l’opera, perché di opera si trattava veramente, si doveva mangiare. Eh qui è iniziato il cinema! Sul tavolo non c’erano le forchette ma due bei bastoncini per ogni commensale, con quelli dovevi arrangiarti a “beccare” il cibo. Mi stavo divertendo un mondo a osservarli. Lei non essendo nuova a quella specie di utensile se la stava cavando egregiamente, lui lottava per capire come affrontare la situazione. Dopo alcuni tentativi, andati a vuoto, l’eroe sconfitto il nemico, orgogliosamente portava alla bocca il suo primo sushi. Tanti altri ne seguirono accompagnati da salsa di soia, gari, fettine di zenzero e wasabi. Tutto doveva essere molto buono perché i due si erano veramente abbuffati.
All’uscita dal ristorante Shiniuku ci mostrava il suo volto migliore: uno sfavillio di luci, di insegne luminose, segno di una città che non dorme mai.
Per loro però l’ora era tarda, il lungo viaggio e soprattutto il fuso orario iniziavano a pesare e la stanchezza stava per avere il sopravvento, l’albergo era a pochi passi non rimaneva che farvi ritorno.

 


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